Zombie Beer

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14 dicembre 2015 di Ile3nia

Sono ore che vago per le vie di una città a me sconosciuta. Sono stanco, ho fame e sete. Ho bisogno di riposarmi. Giro l’angolo di una strada e riprendo fiato appoggiandomi al muro di una palazzina. Ma è un attimo. Uno di Loro mi ha visto. Se avessi modo di piangere, lo farei senza pensarci. Ma non ho tempo. Devo andarmene di qua, ora. Sono tutti morti. Ma vivono lo stesso. Sono zombie. E ne sono circondato. Devo cercare un vero riparo. Almeno per stanotte. Un bar richiama la mia attenzione. Sorrido al pensiero, i ricordi delle mie serate trascorse con gli amici a bere birra, a ridere e a discutere mi danno sostegno. Devo resistere e raggiungerlo senza farmi vedere. Riesco a correre con fatica, la stanchezza comincia a farsi sentire. Raggiungo l’entrata del locale. La porta è chiusa ma non a chiave. Perlustro ogni angolo nascosto e tiro un sospiro di sollievo. Nessun altro a parte me, qualche tavolino e un banco polveroso. Mi lascio andare su una sedia e svengo per la stanchezza. Non so per quante ore ho dormito ma al mio risveglio mi sento carico. Fuori è buio e non è il caso di muoversi. Mi siedo su uno sgabello di fronte al banco. «Ehi, Joe. Spillami una birra che muoio di sete». Rido e mi volto verso la sala. «Offro da bere a tutti!» Sospiro. Ne è passato di tempo. Chissà se è rimasta qualche bottiglia di birra… Mi alzo e controllo quello che doveva essere uno sgabuzzino-magazzino. Il cervello mi fa brutti scherzi o quelle che vedo sono parecchie bottiglie di birra? Wow! E anche di quella artigianale. Mi commuovo davanti a tanta abbondanza. Non riesco a credere ai miei occhi. E chi si muove più? Non era un bar qualsiasi ma una birreria con i fiocchi! Morirò ubriaco, lo so, me lo sento. Voglio morire così. Dopotutto sono stanco sul serio. Non ho più voglia di resistere. Mi sistemo in un angolo del locale, seduto sul pavimento per non farmi vedere da Loro. Comincio a scolarmi una, due, tre, non so più quante bottiglie. Ho perso il conto ma devo averne bevute parecchie perché ho le visioni. Vedo un’ombra avvicinarmisi. Una figura non ben definita. «È ubriaco marcio» dice una voce che sento distorta dal troppo bere. Sono così tanto ubriaco da non mettermi in allarme per scattare in piedi e far fuori il padrone di quella voce a colpi di pistola. Con gli occhi socchiusi la accolgo con un sorriso un po’ accennato. E svengo. Non so quanto tempo sia trascorso. Non ho idea di cosa sia successo. So solo che ho un gran mal di testa. Apro gli occhi con fatica, la mente si risveglia lentamente e guardandomi attorno, con un sobbalzo al cuore, mi alzo di scatto. «Ehilà, amico! Buon risveglio. Smaltita la sbornia?» mi chiede un uomo ridendo. Non è solo. Quattro persone sono dentro il locale e sedute attorno a un tavolino stanno bevendo la birra dello sgabuzzino. È mia. L’ho trovata prima io. Vorrei urlare ma mi blocco. Sono giorni, ma che dico, mesi che non vedo un essere umano che non sia un cadavere vivente. Non sono più abituato a parlare con qualcuno che non sia me stesso. Riesco a balbettare a malapena un tristissimo: «Non lo so». Mi avvicino al loro tavolo a piccoli passi, senza fretta. Sembrano aspettarmi con la dovuta pazienza. Mi guardano divertiti. «Vieni, siediti. E raccontaci la tua storia». È a questo punto che qualcosa scatta in me. La nostalgia di casa, dei bei tempi che furono, emozioni forti e dimenticate mi travolgono e mi strappano violentemente dalla realtà ridandomi energia. Sembro aver dimenticato di essere svenuto ubriaco. Mi siedo con loro e mi presento. «Sono Alessandro. Immagino che la mia storia non sia molto diversa dalla vostra. Sto cercando di sopravvivere e trovare altra gente come voi. Tutto qui. Quello che è stato prima non conta più». «Benvenuto tra noi. Io sono Guglielmo, per gli amici Willy, e loro: Francesco, Mario e Franco». Gli altri tre alzano la mano via via che pronuncia il loro nome. «Abbiamo altri compagni ma sono fuori in perlustrazione. Li conoscerai più tardi. Sappiamo benissimo che da dopo il caos le storie di noi sopravvissuti sono tutte uguali. Ne abbiamo trovati tanti come te. Tutte storie uguali alle nostre. Per questo preferisco che tu ti sieda e ci faccia compagnia con i tuoi ricordi. E non ti azzardare mai più a dire che non contano più. Dobbiamo tenerli vivi. Per come ti abbiamo trovato, immagino che anche tu fossi un frequentatore di birrerie, proprio come noi. Siediti, su. La situazione è tranquilla per ora. Possiamo rilassarci e, tra un bicchiere e un altro, simulare un normale giorno di una volta… Sempre che tu abbia ancora una memoria». Rispondo con un cenno della testa e mi unisco a loro. Mi sembrano pacifici. Mi passano una bottiglia di birra e mi riempio un bicchiere. Hanno trovato dei calici a tulipano. Accenno un sorriso e brindiamo. Prima di bere, però, mi soffermo sul colore di quel succo magico. Mi piaceva farlo, prima. Avevo frequentato un corso di degustazione di birra e mi divertivo a “fare i compiti” con gli amici. Osservavo la sua trasparenza, il colore e la schiuma. Capivo se stavo bevendo una lager, una pils, una pale ale o scotch ale. Poi chiudevo gli occhi e ne respiravo gli aromi. Magia pura per il mio olfatto. Tostato, fruttato o floreale era pur sempre inebriante come il profumo di una donna. Sapeva trasportarmi in mondi nuovi, pronti per essere esplorati. A piccoli sorsi inondo le mie papille gustative di quel nettare amarognolo ma amabile, che risveglia in me sensazioni uniche che temevo aver dimenticato. «Ricordo tutto. Ieri ero solo, stanco e volevo solo morire. Oggi ho incontrato voi e, nella tragedia che ci circonda, ho riscoperto quanto è piacevole stare insieme riuniti attorno a un tavolo con un bicchiere di birra. E che birra. Oggi voglio solo vivere». Willy mi tira una pacca sulla spalla che mi fa cadere dalla sedia. I miei nuovi amici ridono di gusto e io con loro. Mi godo questa piccola parentesi che non ho idea di quanto possa durare ancora. So che la conserverò nei ricordi insieme agli altri che mi hanno sostenuto e confortato fino a questo momento. La porta si apre all’improvviso, quasi da farmi venire un infarto per lo spavento. Gli altri compagni rientrano di corsa e fanno appena in tempo a rivelarci «Siamo circondati!» che vengono raggiunti dai morti viventi e morsi con furia. Franco mi passa una pistola e cominciamo a sparare sulle teste di quei mostri che avanzano sempre di più. Li facciamo fuori ma non possiamo restare, il rumore delle armi ha attirato sicuramente altri zombie e presto avremo di nuovo compagnia. «C’è un’uscita posteriore! Andiamocene subito, forza!» Non so chi lo abbia detto ma ubbidiamo senza discutere. Scappo, corro e non ho più fiato, quando mi sento raggiungere da qualcuno. Mi giro di scatto, convinto che sia uno di Loro, pronto a colpirlo. Ma è Willy che mi passa uno zaino. Lui ne ha già uno. «Uno per uno non fa male a nessuno» dice. Capisco solo quando sento il rumore delle bottiglie che si toccano l’una con l’altra. Le birre! È riuscito a prenderle. Mi fa l’occhiolino e mi indica di rallentare il passo. Nessun morto dietro di noi. Decidiamo di cercare rifugio fuori città, in qualche casa abbandonata nella campagna, dove potremo riprendere le forze e, perché no, ricreare le nostre serate di una volta in compagnia di una birra. Willy guarda dritto davanti a sé. «Andiamo».

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