Notte buia

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23 marzo 2017 di Ile3nia

E tempestosa… no, tutt’altro!

Cielo lindo e colmo di stelle illuminano la città ancora sveglia…

Distesa nel letto in cerca di uno spiraglio di sonno, contemplo il silenzio quasi innaturale della camera. Nemmeno i rumori nascosti della casa si fanno sentire stanotte. Tutti tacciono, tutti dormono. Solo un leggero respiro che riconosco il mio, mi riporta alla realtà di un’insonnia non programmata. Vorrei, ma non posso. Manca il sonno.

Un rumore fuori dalla porta mi distrae e con un insospettabile coraggio scendo dal letto e mi dirigo verso il salotto. 

“Lo sapevo!”, esclamo, “Lo sapevo di non essere l’unica a essere sveglia”. Avrei voluto dire altro e descrivere tale magra consolazione, se non fossi stata frenata da una lieve titubanza, perché la figura davanti a me non era altro che un fantasma.

L’ombra di un uomo, la trasparenza di chi una volta era stato vivo, ricambia il mio sorriso.
È vicino al divano, seduto sul tappeto e sembra attendermi.
Senza temere la sua reazione, mi avvicino a lui. E mi siedo accanto. Nessuna parola, ma solo scambi di sguardi, innocui, innocenti e spauriti. Osservo. E aspetto.
“La notte è lunga” mi dice una voce calda di saggezza.
“Non ho sonno” rispondo in un sussurro di parole.
Vorrei chiedergli chi è, chi è stato e perché è qui. Ma ho l’impressione di rovinare quest’atmosfera così intima, così focolare, che decido di rimanere in pacato silenzio.
“Ho vissuto tra queste mura molto tempo prima che tu nascessi” parla il misterioso compagno d’insonnia. Come se avesse letto nel pensiero, risponde alle mie domande.
“Sono stato qui ancora prima che nascesse chi ti ha preceduto”.
Alzo il dito e mi indica verso le pareti, come se potessero parlare e confermare quello che ha appena detto. “Qui ho amato una donna che mi ha dovuto lasciare per un altro. Un fidanzamento deciso dalla famiglia.”
Occhi tristi nel volto di un uomo che ha sofferto troppo nella vita.
“L’aspetto tutte le sere…” sospira.
“Tutte le sere?” lo interrompo, “Ma io non ti ho mai visto!”, ribadisco.
“Lo so”, mi spiega “quando i vostri occhi si chiudono, i vostri sonni si fanno profondi, e il respiro regolare, allora compaio io. Mi sistemo indisturbato in quest’angolo della stanza e resto in dolce attesa del mio antico amore.”

Una lacrima gli riga il viso commosso dal suo stesso sentimento.
Allungo la mano verso la sua, ma sparisce prima che possa confortarlo…

E allora la tristezza mi assale per l’amor perduto e mai ritrovato, sia per non aver potuto chiedere il suo nome e quello della sua amata.
Questa casa appartiene alla mia famiglia da generazioni e mai e poi mai ho udito racconti sui miei avi…

Consapevole che non lo rivedrò più, almeno per stasera, ma spero nel domani, mi avvio verso camera con il sorriso di un’avventura appena vissuta. La notte sarà più dolce stanotte… un nuovo rumore mi distrae e mi avverte che forse il mio amico fantasma ha dimenticato di dirmi qualcosa. A passi veloci ma silenziosi, ritorno in salotto e sono pronta a una nuova storia, quando i miei occhi si ritrovano ancora impreparati a una nuova visione. La figura di una giovane donna, anche lei già passata a miglior vita, è assorta nei suoi ricami da non accorgersi della mia presenza. Poi, con la confidenza tipica tra amiche, alza lo sguardo verso di me ed esclama entusiasta “Finito!” 

Mi mostra il suo capolavoro. “Ti piace? Finalmente potrò appendere in camera le nostre iniziali.” Una F e una J sono deliziosamente ricamate su uno sfondo celestiale di sorridenti angeli. “Bello” è tutto ciò che riesco a dire. “Non fate la timida. Sedetevi vicino a me, mia cara fanciulla e ditemi…” si stittisce tutto d’un tratto e si copre gli occhi con le mani come per nascondere la sua disperazione. Poi si alza in piedi e dandomi le spalle, mi chiede “Lo avete visto?” 

Si volta e mi guarda. Il suo sguardo non è più desolato, ma furente, glaciale, senza affetto, senza amore alcuno. Un brivido di paura mi assale. Mi prende per un braccio e lo stringe forte. Il dolore è insopportabile. Sento a malapena la sua voce sprezzante mentre mi chiede, di nuovo, “Lo avete visto il mio Jacques?” 

Fu l’ultima cosa che ricordo. Svenuta in un sonno profondo, mi risveglio distesa sul divano. Qualcosa in fondo, all’altezza dei miei piedi, sembra richiamare la mia attenzione. No! Il ricamo dimenticato dalla donna. Non è stato un sogno. Avevo visto lui e avevo visto lei.  

Una “F” e la “J” di Jacques… Mi manca il nome della donna e posso iniziare la dura ricerca su chi sono stati e perché sono ancora qui. Cercare una soluzione, perché trovino l’eterna pace. Ma quante domande prima di trovare una risposta…

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