Ouija

L’urlo proveniva da una casa in fondo al viale, lontano dai rumori della città.

«Luca! Sei matto a urlare così?» imprecò Marco, tappandosi le orecchie.

«Lo sai cosa hai portato a casa mia, vero?» L’amico lo guardò divertito. «Certo che sì!
È un Ouija. Ma non capisco il problema… Sei malato, non puoi uscire e vuoi festeggiare Halloween… o mi sbaglio? Siediti e finiscila con questa lagna.»

In effetti aveva ragione. Nell’ultima settimana Marco si era ritrovato a letto con la febbre.  E anche se era guarito da due giorni, aveva comunque dovuto dire «Addio maschera, addio feste e soprattutto addio Laura.» Proprio ora che aveva trovato il coraggio di chiederle di andare al party di Stefano insieme, e lei aveva accettato! E poi lui era stato costretto a inviarle un messaggio per disdire il loro primo appuntamento. Non aveva più lacrime da quanto aveva pianto per la rabbia. Fosse dipeso da lui sarebbe uscito lo stesso, ma sua madre lo teneva stretto controllo ed era stata molto chiara «Non esci finché non te lo dico io. Voi ragazzi irresponsabili sareste in grado di ammalarvi con poco». Gli sembrava di sentire ancora la sua voce, mentre Luca, l’amico di sempre, che non lo aveva abbandonato nemmeno per Halloween, lo stava fissando. Marco ritornò alla realtà e fece spallucce. Liberò la scrivania dai libri e si sedettero attorno. Si guardarono negli occhi l’un con l’altro, incuriositi da quel nuovo gioco. Quanto c’era di vero su quello che avevano sentito dire dell’Ouija? Lo avrebbero scoperto presto.

«Cosa chiediamo?» «Laura è con un altro stasera?» chiese Marco di getto. Luca chiuse gli occhi per concentrarsi e cominciò a muovere l’indicatore. Si mosse lento come se fosse già posseduto da uno spirito di passaggio nella casa. «Sì! È andato sul sì.» «Non è vero! Sei stato tu» Luca si alzò in piedi e cominciò a ridere in modo sguaiato. «Credi proprio a tutto, eh? Dai, scherzavo, su. Proviamo con una domanda seria. Fingiamo almeno di averci provato» «Questa volta dirigo io il gioco» disse Marco posizionando l’Ouija davanti a sé. Poi chiese con tono basso: «Hai messaggi per noi?» Le sue mani furono subito spinte verso il «Sì». Sussultò. «Non sono stato io! Non sono stato io!» «Continua» Luca aveva visto con i suoi occhi l’indicatore schizzare verso la risposta. Era elettrizzato dall’idea di una presenza tra di loro. «Cosa?»

Nulla accadde. Poi l’indicatore si spostò su una lettera, poi un’altra e si fermò alla terza. «V» «O» «I» «Noi?» «Lo sapevo! Basta» «Spirito, rivelaci» Luca era eccitato, mentre Marco cominciò a sudare e se fosse stato da solo si sarebbe messo anche a piangere. Ma non poteva davanti a Luca. «Perché? Cosa vuoi da noi?» chiese di diritto l’amico. Le mani si mossero come un contagocce sulle lettere, fino a raggiungere un ritmo che non riuscirono più a controllare. «Morte morte morte» ripeteva senza sosta. Si alzarono dalle sedie, gettandole a terra per lo spavento. Luca fece per uscire dalla stanza, ma inciampò, cadde per terra e batté la testa sullo spigolo di un comodino. Marco si mise la mani nei capelli, mentre le lacrime scendevano impetuose sulle guance. Si buttò sulla porta. Le sue mani cercarono di girare la maniglia, ma invano. Era chiusa a chiave. Cominciò a tirare i pugni alla porta e a urlare chiamando aiuto. Non sapeva che quel frastuono inquietante non si udiva aldilà del muro. Un silenzio surreale sovrastava il corridoio, nascondendo a chiunque la paura di due ragazzini che volevano festeggiare Halloween con l’Ouija.

Il cucù urlò le dieci. La donna finì di leggere l’ultimo capitolo del romanzo. Si era promessa di arrivare in fondo alla pagina e poi si sarebbe alzata dal divano per dire a Luca di ritornarsene a casa. Si stava facendo tardi e non voleva ospiti per la notte.

S’incamminò verso le scale per dirigersi al piano di sopra. Attraversò il corridoio e si sentì orgogliosa del rispettoso silenzio provenire dalla stanza di Marco. Aprì la porta di camera «Luca. Credo che tu debba chiamare tua madre perché ti venga a riprendere» Si guardò attorno, ma dei ragazzi nemmeno l’ombra. Tutto era al suo posto. Le sedie sotto il tavolo, uno strano gioco di legno sopra. «Eppure ero stata chiara con Marco. Gli avevo ordinato di non uscire di casa!»

Prese il cellulare e cominciò a fare un po’ di chiamate. Prima o poi avrebbe trovato suo figlio. E gli avrebbe insegnato cosa volesse dire disubbidirla.

Chiuse la porta e ritornò al piano di sotto.

Sopra il tavolo proprio lo strano gioco di legno cominciò a tremare. Era pronto per un nuovo messaggio. Bastava solo attendere.

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