L’Evento Mondano

Sono in ritardo.
Non ho scuse per giustificarmi.
Potrei inventarmene una banale, ma non mi metto a pensare.
E a chi me lo chiede rispondo che «Non volevo venire. Punto.»
Obbligata dal capo dell’agenzia pubblicitaria per cui lavoro a presenziare alla festa, «onde evitare inutili licenziamenti», perché devo passare la serata con l’amante, aggiungo io, mi ritrovo costretta senza diritto di replica. Se devo essere sincera, non sento come sacrificio umano il comprare un abito per l’occasione, trascorrere il pomeriggio dall’estetista e concluderlo dal parrucchiere, trasformandomi da semplice cittadina del mondo a una miss di tutto rispetto.
Quella che odio invece è la fase successiva. Sorridere, salutare gli invitati e sentirmi un pesce fuor d’acqua per tutto il tempo.
L’evento di stasera poi mette soggezione, perché organizzato in una location da mille e una notte.
Il nostro cliente Fajuto, noto stilista giapponese di alta moda, ha avuto la brillante idea di presentare la nuova collezione primavera-estate in un castello appena ristrutturato.
«Ricevimento informale per pochi intimi per le mie strabilianti creazioni» ci aveva rassicurato.
Spesso le persone usano parole a caso, tanto per dare un suono alla frase, considerando che invitare un centinaio di persone, eh sì, assicura un’ intimità tale da sentirmi in imbarazzo solo a pensarci.
E’ assurdo. La tentazione di andarmene è così forte che appena scendo di macchina, ci risalgo e infilo le chiavi per accendere il motore. Ma mi blocco e picchio più volte la testa sul volante. Ormai sono qui, andiamo fino in fondo.
Mi incammino verso la scalinata che conduce al portone principale, dove il personale si inchina a ogni ospite e con gesto elegante della mano fa cenno di consegnare l’invito. Non uno sguardo viene concesso. Non una parola viene detta. Non si scherza in questi ambienti. Uomini distinti nei loro smoking e donne eleganti nei loro abiti lunghi attendono in fila senza scomporsi. Non è la fila per l’autobus o per comprare il pane. Per un posto così chic si può aspettare. Una sala immensa mi accoglie a braccia aperte e un’orchestra accompagna la mia entrata suonando musica classica.
Riconosco Strauss e mi ritrovo a sognare a occhi aperti. Peccato non conoscere nessuno con cui poter ballare. Sbuffo per la noia. Giro in solitaria, nessuno mi fila e allora decido di dimenticare con qualche bicchiere di champagne.
Magari dopo mi sentirò a mio agio e potrò interagire con qualcuno.
Peccato che non sia mia consuetudine bere e già alla seconda bevuta sia su di giri.
Mi sento arrossire per il caldo improvviso. Nessuno deve vedermi in queste condizioni.
Mi devo rinfrescare e subito. Non so dove si trova la toilette delle signore e non so a chi chiedere informazioni. Forse devo seguire le scale che intravedo in fondo al salone. Ma che impresa arrivarci. Saluto sconosciuti chiedendo loro se si stanno divertendo, come se fossero ospiti a casa mia.
Mi unisco a un gruppo ridendo a una battuta sentita a malapena, ma, ricopiando gli interlocutori che scoppiano in una fragorosa risata, deduco che sia senza dubbi divertente. Raggiungo la scala e a uno a uno salgo uno scalino alla volta. passo dopo passo, con la pesantezza di un elefante.
Una volta in vetta alla montagna, cioè al piano superiore, resto bloccata dalla vista di un lungo corridoio che sembra condurre chissà dove. Sento il cuore battere forte, quasi a scandire la paura che mi assale a tempo di musica. Troppo ubriaca per tornare indietro e correre il rischio di scendere a effetto valanga. Troppo impaurita per andare avanti. Non posso. Proprio io che non sopporto quei film horror dove ci sono porte da non  aprire, case da non visitare e corridoi lunghi da non percorrere. E qui il dilemma. Magari qualcuno da lontano mi sta urlando di “Non andare! Torna indietro, disgraziata!”, ma non sento voci. Solo musica provenire da sotto e silenzio qui sopra. Un bel respiro e allungo il piede verso l’ignoto.
«Madame. Vi stavo aspettando».
Una voce maschile mi coglie di sorpresa, bloccandomi il piede a mezz’aria.
Un uomo anziano mi sorride e si avvicina offrendomi il suo braccio.
Lo scruto e lo studio con il sopracciglio inarcato. Aspettando per cosa? Che mi abbia vista da lontano mentre barcollavo? «Immagino che siate imbarazzato dal mio comportamento. Lo so, ma non l’ho fatto apposta. Spesso dimentico che non reggo il vino. Non lo dica al mio capo, altrimenti, visto che non mi ha licenziato oggi perché sono venuta alla festa, lo farà sicuramente domani perché sono ubriaca.»
Mi guarda incuriosito. «Non capisco una parola di quello che state dicendo, madame. Però mi divertite, lo ammetto.»
Ci incamminiamo e superiamo diverse stanze senza mai soffermarsi davanti a una porta.
Ma dov’è questo bagno? A un certo punto sento nuovamente la musica.  E intravedo altre scale da scendere. Non capisco. «Abbiamo fatto un giro a vuoto?» chiedo perplessa. Eppure non mi sembra di essere tornata indietro.
«Mi scusi. Forse ci siamo fraintesi?» Obbligandolo a fermarsi insieme a me.
Mi interrompe subito e quasi infastidito dalla mia insistenza, mi borbotta nascondendo l’impazienza «Permettetemi di contraddirla, madame. Siete attesa dal conte.» Mi sento arrossire e questa volta non per l’alcool. C’è qualcosa che non quadra. Che conte? In che situazione mi trovo? Non riesco a concentrarmi. Giuro che non bevo più.
Un particolare colpisce subito la mia attenzione. Le persone sembrano diverse.
Non hanno più l’abbigliamento di quando sono arrivata, ma costumi d’epoca. Si sono cambiate d’abito nel giro di quanti minuti? Forse fa parte di una scenografia organizzata da Fajuto, di cui non ero a conoscenza. I soliti capricci dei vip dell’ultimo minuto. Anche l’orchestra non sembra la solita.
Scendo gli scalini e ho l’impressione di vedere la sala per la prima volta. I quadri, l’arredamento. Tutto diverso. Avverto un leggero mal di testa, forse l’effetto del vino che sta svanendo e mi riporta alla realtà. In fondo alle scale, un altro uomo sembra attendere il mio arrivo. E’ giovane e affascinante.
Sembra contento di vedermi ma allo stesso tempo appare ansioso. Gioca con le mani, sfregandole come se avesse concluso un affare in cui sono coinvolta e le nasconde dietro la schiena appena il mio sguardo si porge su di lui. Su quei suoi occhi penetranti che sembrano leggermi il pensiero. Avanza verso di me e allunga la mano. L’uomo che mi ha accompagnato finora, mi conduce nello scambio, come un passaggio di ruoli. Il misterioso cavaliere fa cenno del baciamano e seppure sia tentata di levargliela, più per timidezza che altro, resto immobile. Senza proferire parola, mi conduce al centro della sala. Gli ospiti restano in disparte e ci ammirano come due protagonisti di non so cosa.
L’orchestra attende il suo segnale e un valzer prende vita in nostro onore. Continuo sempre a non capire. Forse una candid camera. Forse sono più ubriaca di quanto creda. O forse, non lo so, sarebbe meglio lasciarsi andare ogni tanto senza porsi troppe domande. La musica mi coinvolge e mi seduce.
Chiudo gli occhi e mi sento leggera di ogni pensiero. E con un ballerino così, sospiro mentre il cuore batte forte. Prima era per paura, ora per emozione. Mi sento girare la testa. Tutti mi girano attorno.
Mi abbandono in un ballo vertiginoso. Sento aumentare il ritmo. Sento il vuoto. E poi… il buio.
Non so quanto tempo sia trascorso, ma mi risveglio distesa su un divano. Vedo libri e una scrittoio.
Uno studio. Devo aver sognato. Appena cerco di mettermi seduta, mi accorgo di non essere sola. Il mio accompagnatore mi osserva in silenzio. Sembra aspettare che riprenda del tutto conoscenza.
Poi si volta verso una finestra e senza guardare oltre, finalmente una voce calda e pacata mi parla:
«Una maledizione colpì la nostra famiglia secoli or sono. Vaghiamo in un tempo sospeso in balli eterni. Solo chi attraversa il corridoio e giunge fino a noi, spezzerà l’incantesimo e ci riporterà in nuova vita.»

Una piccola pausa per riflettere sulle parole appena pronunciate. Si gira e mi guarda. Mi sorride. Non mi ricordavo fosse così bello. Continua ancora: «Nessuno poteva salire le scale come avete fatto voi, madame. Nessuno poteva vederle. La profezia lo diceva:  

Solo un’anima gentile e pura di ogni avidità
Ciò che è agli altri nascosto, solo lei vedrà.
Il lungo tunnel accompagnata percorrerà,
Affinché del castello voi tutti raggiungerà.
L’incantesimo per il tempo sospeso si spezzerà,
E con l’ amore una nuova esistenza riprenderà.»

Silenzio tra di noi. Non so cosa pensare. Sono incredula, ma sento sincere le sue parole.
«
Quindi?  Che succede ora? Ritornerete nel vostro tempo?» chiedo con un filo di voce. 
Mi dispiace separarmi dal mio fantasma che ha vissuto in un limbo per secoli.
Ci siamo incontrati e già ci salutiamo. Non conosco nemmeno il suo nome. Peccato.
L’uomo scuote la testa quasi burlandosi di me. Poi, si avvicina di più e con slancio mi prende a sé alzandomi di peso. Prima di darmi un lungo e interminabile bacio, mi risponde: «Resteremo in questo tempo. Per sempre.»

E’ trascorso un anno e da allora parecchie cose sono cambiate.
Prima di tutto il castello si è ripopolato dei suoi abitanti, che mi hanno chiesto di lavorare per loro.
Ora organizzo matrimoni e eventi storici con la presenza di dame e cavalieri, che più originali di così non si può. Ho prenotazioni che non mi lasciano un fine settimana libero per almeno un bel po’ di mesi.

Ho pure un assistente che mi aiuta nelle pratiche.
«Francois, amore, dove hai messo il modulo per la festa di stasera?»
Il mio fantasma, alias fidanzato, mi abbraccia forte e mi porge un bicchiere per brindare all’ennesimo successo. Mi accarezza il pancione e mi rassicura: «Tesoro, la gravidanza ti rende più distratta, eh? E’ proprio qui dietro di te, sulla scrivania.»
Ridiamo felici e prima di bere il mio succo di frutta analcolico, alzo il calice. Alla vostra!

 

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