Una Giornata Al Parco

Metti una giornata di ferie, il sole che ti scalda, un plaid e un libro.

Cosa desiderare di più?

Appena fuori città c’era il parco che faceva per me. Lì, si trovava quello che si definisce un soffice, morbido, delicato, tenero praticello dove sdraiarsi, sola e indisturbata. Soprattutto senza pensieri, visto che la babysitter era a casa a lottare contro i capricci di mia figlia. Ah, che pace.

Rilassata e intenta nella lettura, immersa in una storia d’amore da batticuore, tra un sospiro e l’altro, per poche ore avevo cancellato la mia realtà. Il tempo però scorreva inesorabile e – tic tac -giunse al termine senza che me ne accorgessi. In un batter di ciglia si era già fatto buio.

Mi guardai attorno e notai che non c’era rimasto più nessuno nel parco. Era ora di incamminarsi verso casa.

Presi le mie cose e mi avviai verso il sentiero che conduceva all’uscita.

All’improvviso, un senso di fastidio mi colse allo stomaco, quando vidi in lontananza tre uomini seduti su una panchina che chiacchieravano fitto tra di loro.

Appena vi passai davanti, feci finta di nulla, ma uno di loro borbottò qualcosa e mi fece cenno di avvicinarmi. Non feci in tempo a chiedere cosa volesse, che l’uomo mi prese una mano e me la strinse forte cercando di spezzarmela.

Un altro suo compagno mi prese per i capelli e cominciò a tirarmeli. Il terzo si avvicinò al mio viso tanto da sentirne il fiato pesante e mi chiese «Da quando le streghe vanno a giro da sole?» «Come?» sussurrai con la voce soffocata dal dolore.

Poi sempre l’ultimo uomo mi urlò frasi incomprensibili in una lingua che riconobbi in latino.“Questi sono pazzi di manicomio”, pensai, mentre con gli occhi scrutavo veloce una via di fuga. A malincuore vidi l’uscita troppo lontana per cercare di raggiungerla. La mia unica salvezza era quel bosco laggiù, più a portata di mano. Fu così che ebbi la forza di ribellarmi e tra calci e graffi riuscii a divincolarmi e a scappare dalla loro presa. Correvo senza voltarmi, avevo paura, morivo di paura. Tre pazzi e io, qui sola, senza nessuno che potesse venire in aiuto.

Non sono abituata a correre, avevo il fiatone. Anzi, non avevo più fiato. La testa mi faceva male, la vista si era annebbiata e le forze mi stavano abbandonando. Persi l’equilibrio e svenni.

Non so quanto tempo fosse trascorso, quando una brezza mi ridestò dal quel sonno profondo. Scattai in piedi, con gli occhi terrorizzati e un urlo strozzato in gola quasi da togliermi il respiro. E vidi. Stranamente il parco era di nuovo affollato, mamme con i figli, ragazzi che giocavano a pallone. No, ero troppo scossa per credere di aver sognato. Il cuore mi batteva ancora forte. Non era possibile, ma davanti all’evidenza mi rassegnai all’idea di aver avuto un incubo, così, in pieno giorno.

Cercai di ricompormi. Sospirai. Presi la mia roba e m’incamminai verso l’uscita. Da lontano vidi e riconobbi quella panchina. Quando vi fui davanti, mi soffermai un attimo, feci un respiro profondo e mi guardai attorno. Niente. Avevo sognato. Era la mia giornata di relax e io avevo avuto un incubo.

Avevo quasi raggiunto il cancello quando udii una voce. Quella voce: «Da quando le streghe vanno a giro da sole?». Non volevo crederci. Di nuovo. Senza perdere tempo e preparata a quello che avrei potuto subire, cominciai a correre. Veloce.

Il bosco mi attendeva.

Sentivo i tre uomini imprecare in quella lingua morta mentre cercavano di raggiungermi. Li sentivo sempre più vicini. E qui, mi ripeto. Non sono abituata a correre, avevo il fiatone. La vista mi si stava annebbiando e le forze mi stavano abbandonavano. Questa volta però non svenni. No.

Pochi metri ancora e sì, ero dentro quel bosco. Ero in salvo. Così, sicura di me stessa, alzai le braccia al cielo e sfogai la mia rabbia in un urlo. «Alberi a me!» I rami si sporsero in avanti e mi risucchiarono nel buio delle fronde.

Anche quei tre uomini erano dentro l’oscurità degli alberi, solo che continuavano a scambiarsi sguardi a ogni passo verso di me. Ora tremavano a ogni rumore. Erano in trappola. La mia risata soddisfatta echeggiava in ogni dove. «Mai importunare una strega da sola».

Notai delle foglie secche e, con il gesto della mano, le alzai in aria e le feci volteggiare fino a prendere la forma di una fune e li legai saldamente. Non mi avrebbero più dato fastidio.

Così, la mia giornata al parco si era conclusa, finalmente raggiunsi casa – casa dolce casa – e mi lasciai sprofondare sul divano. Chiusi gli occhi per un attimo. Quando li riaprii, trovai mia figlia davanti a me, con lo sguardo impaurito. «Ho sognato uomini cattivi che ti avevano scoperto e fatto del male!» Povera cucciola. La strinsi forte e la baciai sulla fronte.

Mi alzai per andare in cucina, mentre con uno sguardo furtivo controllavo le mie prede svenute, nascoste in dispensa.

«Non ti preoccupare, tesoro. È stato solo un incubo. Vai a lavarti le mani che mamma prepara la cena».

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